Site stats ≡ “Da adolescente provavo rabbia…”: Vittoria di Savoia si racconta ➤ Brain Berries

“Da adolescente provavo rabbia…”: Vittoria di Savoia si racconta

Advertisements

Crescere con un cognome come Savoia significa inevitabilmente confrontarsi fin da subito con aspettative, curiosità e immagini già costruite dagli altri. È una condizione che Vittoria di Savoia, figlia di Emanuele Filiberto e dell’attrice Clotilde Courau, conosce bene. La giovane, oggi ventiduenne, ha però scelto di costruire la propria identità in modo personale, cercando uno spazio che non dipenda soltanto dal peso simbolico della sua famiglia.

Nata in un contesto molto esposto, Vittoria è cresciuta tra riferimenti culturali forti e una storia familiare che, per ragioni evidenti, ha sempre attirato attenzione. Eppure, il suo percorso sembra essersi sviluppato proprio nella direzione opposta rispetto all’immagine formale e distante che spesso accompagna i nomi legati alle dinastie del passato. Più che rivendicare un ruolo, Vittoria sembra interessata a definire sé stessa attraverso il lavoro, gli interessi artistici e le scelte quotidiane.

Il legame con la madre Clotilde Courau ha avuto un ruolo importante nella sua formazione. Cresciuta a Parigi, Vittoria ha ricevuto un’educazione che lei stessa descrive come libera ma solida, fondata soprattutto sull’idea che nulla arrivi senza impegno. In questo senso, il rapporto con i genitori appare segnato meno da privilegi ostentati e più da un forte richiamo all’autonomia personale. È una visione che sembra aver inciso profondamente sul suo modo di affrontare la vita adulta.

Anche il rapporto con il padre, Emanuele Filiberto, ha attraversato fasi più complesse. Come spesso accade nei legami tra genitori e figli, soprattutto durante l’adolescenza, non sono mancate incomprensioni, distanze e momenti di rabbia. Nel suo caso, a rendere tutto più delicato c’era anche il fatto di dover fare i conti con un cognome importante, percepito dagli altri come qualcosa di centrale, ma non sempre vissuto da lei con la stessa naturalezza. Col tempo, però, quello che da ragazza poteva apparire come un peso si è trasformato in una consapevolezza più matura, e oggi il rapporto con il padre viene descritto come sincero, aperto e sereno.

A influenzare il suo equilibrio emotivo ha contribuito anche la separazione dei genitori, avvenuta quando era ancora piccola. Un passaggio che inevitabilmente lascia tracce, soprattutto negli anni della crescita, ma che nel suo racconto non assume mai i toni del risentimento. Piuttosto, emerge la capacità di guardare alla propria storia familiare con lucidità, riconoscendo le fragilità degli adulti senza trasformarle in accuse.

In questo quadro, il cognome resta uno degli elementi più delicati. Per molti è il primo aspetto che la definisce; per lei, invece, sembra essere diventato solo una parte della propria identità, non il suo centro. È forse proprio qui che si coglie il tratto più interessante del suo percorso: il tentativo di non farsi ingabbiare in un ruolo già scritto. Vittoria non sembra voler incarnare un personaggio, ma una normalità costruita con ostinazione, anche quando questo significa allontanarsi dalle aspettative altrui.

La sua vita oggi riflette questa tensione verso l’indipendenza. Tra Londra, Parigi e Milano, si divide tra arte, moda e recitazione, portando avanti un percorso che cerca di tenere insieme ambizione e autenticità. Non rinnega la propria famiglia, né il mondo da cui proviene, ma prova a rileggerlo in modo personale, senza lasciarsi definire completamente da esso.

Più che la storia di una “principessa moderna”, quella di Vittoria di Savoia appare quindi come la storia di una giovane donna che sta cercando il proprio posto, conciliando eredità familiare, rapporto con i genitori e desiderio di autonomia. Ed è proprio in questo equilibrio, ancora in costruzione, che il suo racconto risulta più interessante: non nell’eccezionalità del nome, ma nel tentativo molto umano di capire chi si è davvero, al di là di ciò che gli altri si aspettano.